La Corte di Cassazione conferma la sanzione di 55.000 al titolare di un punto scommesse per aver installato 11 slot senza autorizzazioni

Al punto scommesse, collegato con un bookmaker estero, era statai ngiunto il pagamento della somma di € 55.000,00 a favore della Agenzia delle Dogane e Monopoli per la violazione dell’art. 110, commi 6 e 7, TULPS, per avere consentito l’uso inluogo pubblico ed aperto al pubblico, senza essere muniti delle prescritte autorizzazioni, di undici apparecchi da divertimento e di intrattenimento
(slot machine).

Per i giudici non entra in gioco l’attività di intermediazione posta in essere per conto di un bookmaker straniero (intesa come effettuazione in modo trasparente, inforza di vincolo contrattuale con il bookmaker, di attività di raccolta delle scommesse, di incasso delle poste di gioco, di trasmissione dei dati all’allibratore ed, eventualmente, di pagamento delle vincite su mandato di quest’ultimo, secondo lo schema della raccolta delle scommesse attraverso i “luoghi di vendita” di cui all’art. 1, comma 2, lett. i), d.m. 1 marzo 2006, n. 111), ma l’installazione in luogo pubblico di apparecchi da divertimento e di intrattenimento in assenza delle prescritte autorizzazioni. Non si è, cioè, al cospetto di un’attività svolta in sinergia con un società straniera, ma di un’attività interna, soggetta, come tale, alle autorizzazioni ed ai controlli prescritti dalla normativa nazionale.
“Orbene, la liceità del sistema autorizzatorio concessorio tutt’ora in vigore
è stata riconosciuta dalla stessa CGUE con la sentenza Biasci, avendo,
infatti, i giudici eurounitari affermato, da un lato, che “Gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione
segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione“, e, dall’altro, che i medesimi articoli devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, la circostanza che un operatore disponga, nello Stato membro in cui è stabilito, di un’autorizzazione che gli consente di offrire giochi d’azzardo non osta a che un altro Stato membro, nel rispetto degli obblighi posti dal diritto dell’Unione, subordini al possesso di un’autorizzazione rilasciata dalle proprie autorità la possibilità, per un tale operatore, di offrire siffatti
servizi a consumatori che si trovino nel suo territorio” (CGUE, Sez. III, sentenza 12 settembre 2013, in cause riunite C660/11 e C8/12, Biasci ed altri)”, si legge nella sentenza.