La Corte di Cassazione ribadisce la responsabilità in capo al titolare di un esercizio pubblico nel caso in cui venga verificata l’irregolarità degli apparecchi.

Per i giudici “il comma 9, lett. c) dell’art. 7 del T.U.L.P.S. dispone: «chiunque, sul territorio nazionale, distribuisce od installa o comunque consente l’uso in luoghi pubblici od aperti al pubblico od in circoli ed associazioni di qualunque specie di apparecchi o congegni non rispondenti alle caratteristiche ed alle prescrizioni indicate nei commi 6 o 7 e nelle disposizioni di legge ed amministrative attuative di detti commi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 6.000 euro per ciascun apparecchio. La stessa sanzione si applica nei confronti di chiunque, consentendo l’uso in luoghi pubblici od aperti al pubblico o in circoli ed associazioni di qualunque specie di 4 apparecchi e congegni conformi alle caratteristiche e prescrizioni indicate nei commi 6 o 7 e nelle disposizioni di legge ed amministrative attuative di detti commi, corrisponde a fronte delle vincite premi, in danaro o di altra specie, diversi da quelli ammessi».

“E’ di tutta evidenza che la disposizione sanziona la condotta omissiva o commissiva di chiunque consenta l’uso degli apparecchi di gioco non conformi a legge e, pertanto, fra i soggetti agenti rientra legittimamente il ricorrente, titolare, per la qualità ricoperta, del locale ove erano posti in funzione gli apparecchi di cui detto; – è utile richiamare il principio enunciato più volte da questa Corte in ordine al riparto dell’onere probatorio in materia di trasgressione di precetti puniti con sanzione amministrativa: l’art. 3 della legge 24 novembre 1981, n. 689, il quale richiede per la responsabilità nell’illecito amministrativo che la condotta attiva od omissiva abbia i caratteri della coscienza e volontarietà, sia la condotta medesima dolosa o colposa, pone una presunzione “iuris tantum” di colpa in chi ponga in essere o manchi di impedire un fatto vietato e rivesta una delle qualità che la legge espressamente contempli come costitutive dell’obbligo di tenere un comportamento diverso; ne consegue che è legittima l’irrogazione della sanzione in assenza di deduzioni, da parte dell’opponente, atte a superare detta presunzione mediante la dimostrazione della propria estraneità al fatto o dell’impossibilità di evitarlo tramite un diligente espletamento dei compiti connessi alla carica ricoperta (Sez. 5, n. 7143, 25/05/2001, 547004; conf., Sez. 5, n. 8343, 19/06/2001; Sez. 1, n. 14107, 23/09/2003; Sez. 1, n. 5304, 16/03/2004; Sez. 1, n. 15155, 18/07/2005); principio che ha trovato conferma nella sentenza n. 20930, 30/9/2009, la cui massima (Rv. 610512) ha precisato che in tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l’art. 190 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, individuando una serie di fattispecie a carattere ordinatorio, destinate a salvaguardare procedure e funzioni ed incentrate sulla mera condotta, secondo un criterio di agire o di omettere doveroso, àncora il giudizio di colpevolezza a parametri normativi estranei al dato puramente psicologico, limitando l’indagine sull’elemento oggettivo dell’illecito all’accertamento della “suità” della condotta inosservante, con la conseguenza che, una volta integrata e provata dall’autorità amministrativa la fattispecie tipica dell’illecito, grava sul trasgressore, in virtù della presunzione di colpa posta dall’art. 3 della legge 24 novembre 1981, n. 689, l’onere di provare di aver agito in assenza di colpevolezza; – si è, in armonia con la ricostruzione giuridica riportata, ulteriormente affermato che il principio posto dall’art. 3 della legge n. 689 del 1981 (secondo il quale, per le violazioni amministrativamente sanzionate, è richiesta la coscienza e volontà della condotta attiva od omissiva, sia essa dolosa o colposa) postula una presunzione di colpa in ordine al fatto vietato a carico di colui che lo abbia commesso, non essendo necessaria la concreta dimostrazione del dolo o della colpa in capo all’agente, sul quale grava, pertanto, l’onere della dimostrazione di aver agito senza colpa; l’esimente della buona fede, intesa come errore sulla liceità del fatto (applicabile anche in tema di illecito amministrativo disciplinato dalla citata legge 689/91), assume, poi, rilievo solo in presenza di elementi positivi idonei ad ingenerare, nell’autore della violazione, il convincimento della liceità del suo operato (come, ad esempio, nel caso di un parere dell’autorità doganale e di una archiviazione di una precedente contestazione), per avere egli tenuto una condotta il più possibile conforme al precetto di legge, onde nessun rimprovero possa essergli mosso (Sez. 2, n. 6 Corte di Cassazione 5426, 13/03/2006, Rv. 592983; conf. Sez. 5, n. 23019, 30/10/2009); – la sentenza impugnata, senza tener conto della consolidata giurisprudenza di questa Corte, traccia un assai sommario abbozzo motivazionale i cui capisaldi (l’appellante aveva dedotto di essere amministratore dell’associazione nei cui locali erano ospitati gli impianti di gioco; non rilevava la non rispondenza degli stessi all’art. 110, T.U.L.P.S., perché l’incolpato «avrebbe fatto giustificato affidamento sulla regolarità della loro installazione» e, pertanto, mancava «l’elemento soggettivo dell’illecito») contrastano con i principi sopra enunciati”.