Una scheda di gioco sequestrata ma in assenza di motivazione del decreto di sequestro probatorio. La Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha dato ragione al titolare di una società di apparecchi da gioco a cui la Guardia di Finanza aveva sequestrato una scheda. 

“La comunicazione di notizia di reato nella quale veniva esplicitata la condotta contestata, e quindi dato atto della finalità perseguita attraverso il sequestro, non era notificata unitamente al decreto di sequestro bensì veniva resa nota solo a seguito della proposizione del riesame”, hanno rilevato i giudici.

Secondo l’interpretazione delle Sezioni Unite di questa Corte di cassazione il decreto
di sequestro probatorio – così come il decreto di convalida – anche qualora abbia ad oggetto cose costituenti corpo di reato, deve contenere una motivazione che, per quanto concisa, dia conto specificatamente della finalità perseguita per l’accertamento dei fatti. (Sez. U, n. 36072 del 19/04/2018, Rv. 273548).
Posto, quindi, che anche il decreto di sequestro probatorio deve contenere la pur succinta
spiegazione delle ragioni del provvedimento, per affrontare il caso in esame alla luce dei motivi di doglianza deve chiarirsi quali siano i parametri di legittimità del decreto di sequestro probatorio che richiami altro atto del procedimento al fine di fornire la pur succinta ma necessaria spiegazione della finalità perseguita attraverso la sottrazione al privato del bene di sua proprietà, altrimenti sussistendo un’ipotesi non legittima di sequestro senza spiegazione alcuna delle ragioni fondanti il provvedimento.
Sul tema questa Corte di cassazione ha affermato che la motivazione “per relationem” di un
provvedimento giudiziale è da considerare legittima quando: 1) faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del
provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione; 3)
l’atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e,
conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione (Sez. 2, n.
55199 del 29/05/2018, Rv. 274252). Ed in applicazione del principio, la Corte ha ritenuto viziata la motivazione con cui il giudice del riesame aveva confermato il decreto di perquisizione e sequestro del pubblico ministero al quale non era allegata la “nota” della Guardia di Finanza, della quale la difesa aveva cognizione solo al momento del giudizio di riesame.
Orbene, proprio l’applicazione dei suddetti principi, comporta l’accoglimento del gravame posto che, dalla stessa ricostruzione dei fatti contenuta nell’ordinanza impugnata, risulta che, secondo quanto esposto nella parte finale di pagina 2 del provvedimento, la comunicazione di notizia di reato nella quale veniva esplicitata la condotta contestata, e quindi dato atto della finalità perseguita attraverso il sequestro, non era notificata unitamente al decreto di sequestro bensì veniva resa nota solo a seguito della proposizione del riesame.
Ne deriva affermare che, nel caso in esame, difettava il requisito della conoscenza o conoscibilità dell’atto richiamato posto che al momento dell’imposizione del sequestro al Vivino non era resa nota la predetta c.n.r. e ciò risulta avere leso il diritto ad una seppur succinta motivazione in tema di condotta contestata poiché la compressione del diritto di proprietà avveniva senza alcuna contezza delle ragioni“.

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