La Corte di Cassazione ha pronunciato l’inammissibilità del ricorso di un operatore di gioco contro la sentenza del Consiglio di Stato sul regolamento del Comune di Venezia che introduce le distanze minime obbligatorie per le attività di gioco dai luoghi sensibili.

“Orbene – si legge nella pronuncia-  nel fare luogo all’interpretazione della disciplina normativa nonché degli atti amministrativi in argomento nei sopra riferiti termini, il Consiglio di Stato non ha invero integrato il lamentato sconfinamento dei propri poteri, ma dei medesimi ha fatto necessario esercizio, l’attività d’interpretazione delle norme rientrando nei limiti interni della giurisdizione esercitata”.

“Ha pertanto sottolineato come il principio valga anche <<allorché, come nel caso di specie, la presenza prima del trasferimento di una sala giochi ricada al di sotto dei discussi 500 metri; se questa è una realtà preesistente a qualsiasi disposizione contenente il divieto in questione, disposizione che secondo la Corte Costituzionale può intervenire anche su iniziativa comunale anche in assenza di una corrispondente legge regionale, così come avvenuto nella generalità dei casi, non potranno [ recte, potranno ] certo non intervenire provvedimenti repressivi, poiché il fine delle disposizioni è comunque quello drporre un frend’all’esistente». Orbene, nel fare luogo all’interpretazione della disciplina normativa nonché degli atti amministrativi in argomento nei sopra riferiti termini, il Consiglio di Stato non ha invero integrato il lamentato sconfinamento dei propri poteri, ma dei medesimi ha fatto necessario esercizio, l’attività d’interpretazione delle norme rientrando nei limiti interni della giurisdizione esercitata Come queste Sezioni Unite hanno già avuto modo di affermare in tema di sindacato della Corte Suprema di Cassazione sulle decisioni giurisdizionali del Consiglio di Stato, l’interpretazione della legge o la sua disapplicazione rappresentano invero il proprium della funzione giurisdizionale, e non possono pertanto integrare la violazione dei limiti esterni della giurisdizione da parte del giudice amministrativo legittimante il ricorso ex art. 111, 8° co., Cost., fatti salvi i casi del radicale stravolgimento delle norme o dell’applicazione di una norma creata ad hoc dal giudice speciale ( v. Cass., Sez. Un., 31/5/2016, n. 11380 ). L’eccesso di potere giurisdizionale è dunque configurabile solo ove il giudice applichi non già la norma esistente bensì una norma da lui creata, esercitando un’attività di produzione normativa che non gli compete”.

Orbene, tale ipotesi invero non ricorre allorquando come nel caso il giudice si sia attenuto al compito interpretativo che gli è proprio, ricercando la voluntas legis applicabile nel caso concreto, a fortiori allorquando questa abbia come nella specie correttamente desunto non argomentando dal mero tenore letterale delle singole disposizioni bensì anche dalla relativa ratio, nel legittimo esercizio della potestà giurisdizionale del giudice amministrativo avuto riguardo al sistema normativo invocato, in termini che non comportano la violazione dei limiti esterni della giurisdizione, tale operazione ermeneutica potendo al più dare luogo ad un error in iudicando ( v. Cass., Sez. Un., 12/12/2012, n. 22784 ), sottratto al sindacato di queste Sezioni Unite ( cfr. Cass., 13/6/2019, n. 15893; Cass., Sez. Un., 14/12/2016, n. 25628; Cass., Sez Un., 10/9/2013, n. 20698. Cfr. altresì, con riferimento all’error in procedendo costituito dall’applicazione di regola processuale interna incidente nel senso di negare alla parte l’accesso alla tutela giurisdizionale nell’ampiezza riconosciuta da pertinenti disposizioni normative dell’Unione europea, direttamente applicabili, secondo l’interpretazione elaborata dalla Corte di giustizia, Cass., Sez. Un., 29/12/2017, n. 31226; nonché, in relazione alla violazione dell’obbligo di rimessione alla Corte di Giustizia delle questioni relative all’interpretazione delle norme dell’U. E., Cass., Sez. Un., 15/11/2018, n. 29391 ).

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