Rifiuti elettronici potenzialmente molto nocivi per l’ambiente venivano trattati come normali pezzi di ricambio invece di essere smaltiti come prevede la legge, dopo essere stati stoccati in un deposito privo di autorizzazioni per quel genere di attività.

A fare luce sulla presunta gestione illecita di questo materiale sono stati gli agenti del nucleo ambientale della Polizia locale di Piacenza, che nei giorni scorsi hanno posto sotto sequestro un capannone in cui erano stoccati migliaia di pezzi che, probabilmente, venivano poi rivenduti soprattutto all’estro. Gli agenti, nell’indagine coordinata dal pm Antonio Colonna, si sono avvalsi anche della collaborazione della Guardia di finanza di Piacenza che ha eseguito – e sta ancora eseguendo – accertamenti sui documenti contabili e fiscali della ditta piacentina, il cui titolare è stato denunciato a piede libero per l’attività di gestione di rifiuti speciali pericolosi, come previsto dall’articolo 256 dal testo unico in materia di tutela ambientale.
Tutta l’indagine  – spiegano gli inquirenti – è incentrata su una enorme quantità di materiale elettronico ormai obsoleto che proveniva dallo smontaggio di apparecchi utilizzati nelle sale giochi di tutta italia, e gestiti regolarmente da una multinazionale del settore. “Queste postazioni di gioco, che nel tempo vengono rimpiazzate da quelle nuove, invece di essere smaltite venivano acquistate dalla ditta piacentina che, alla camera di commercio, è autorizzata alla riparazione e alla compravendita di materiale elettrico, e non allo smaltimento». In ballo ci sono 8mila terminali di gioco dismessi che, giunti nel piacentino, venivano poi smontati minuziosamente per poi rivenderne i singoli componenti ancora utilizzabili.

Analizzando alcune tracce e dei codici particolari riportati sugli schermi LcD abbandonati in zona gli inquirenti  hanno scoperto che si trattava di pezzi che provenivano dallo smontaggio dei terminali in disuso scartati dalle sale da gioco italiane per essere smaltiti, e gestite dalla multinazionale i cui responsabili, sentiti dagli inquirenti, hanno indicato la ditta piacentina come l’acquirente di quel materiale elettrico di scarto.

Il sopralluogo presso l’azienda della polizia locale ha però permesso di scoprire che la ditta piacentina non li smaltiva secondo le norme, ma li smontava per poi rivenderli a pezzi. Parallelamente si è anche scoperto che un’altra grande quantità di quei monitor era stata abbandonata da qualcuno (non ancora identificato) nelle province di Torino e Genova, oltre che nel Piacentino.
Tutto questo ha permesso di depositare in procura della Repubblica a Piacenza un corposo fascicolo di indagine, e di ottenere sia il sequestro del capannone sia la denuncia del titolare. Parallelamente la Finanza si è occupata – ma le verifiche sono ancora in corso – di tracciare le strade, anche estere, che quel materiale (non smaltito) prendeva una volta smontato dai terminali. Altri accertamenti, ancora in corso, vedono coinvolti anche gli addetti di Arpae per la valutazione dell’impatto inquinante sull’ambiente.

 

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